Studiare l’Oscar? Perché no?

Ogni anno, con una data mobile tra fine inverno e inizio primavera, si accendono i riflettori di tutto il mondo sugli Academy Awards of Motion Pictures Art and Sciences universalmente conosciuti come Premio Oscar. Dalla loro attribuzione talvolta dipendono le sorti commerciali di un film (magari già uscito ovunque da tempo ma che può tornare a interessare un nuovo pubblico oppure da sfruttare nei Paesi dove non ha ancora fatto la sua prima apparizione). Il giudizio dei circa 8.500 membri dell’Academy, suddivisi in 17 ambiti del mondo della produzione cinematografica (a cui si stanno aggiungendo 774 new entry che entro il 2020 dovranno garantire una migliore rappresentanza sia etnica che di sesso) sembra finalizzato a dover decretare quale sia il “migliore” film, la “miglior” regia ecc. Ma è proprio così?

Chi volesse, anche solo per una piccola frazione dell’orario scolastico di un istituto secondario di secondo grado, soffermarsi sugli esiti annuali scoprirebbe che la realtà è molto più complessa e anche sociologicamente più significativa di quanto non appaia a una lettura superficiale. Di fatto i premi finiscono col rispecchiare non tanto la classifica dei valori cinematografici messi in campo quanto il messaggio che il mondo del cinema americano intende mandare al pubblico e, in più di un’occasione, anche alle proprie istituzioni. Se guardiamo al 2017, ad esempio, con un Trump appena insediato scopriamo che La La Land si vede attribuire 6 Oscar (ivi compreso quello per la miglior regia) ma quello per il miglior film va a Moonlight. La vicenda che vi si narra è quella di un decenne gay che non vuole e non può rinunciare a essere ciò che è. Cosa di meglio da parare dinanzi agli occhi di un neopresidente omofobo mentre, al contempo, si premia come miglior film straniero Il cliente dell’iraniano Farhadi a cui sempre lo stesso Trump vorrebbe negare il visto d’ingresso?

L’Oscar come sensore della società americana quindi? Lo si può affermare con certezza guardando al passato, ad esempio rilevando che il 22 novembre 1963 John Fitzgerald Kennedy viene ucciso a Dallas e il 13 aprile 1964 l’Oscar quale miglior film viene assegnato allo scanzonato Tom Jones di Tony Richardson.

L’America voleva provare a dimenticare e avrebbe tentato di farlo anche nell’anno successivo premiando My Fair Lady. Lo stesso accadrà nel 1969 quando, dopo gli assassinii di Martin Luther King e di Robert Kennedy si premierà un altro musical: Oliver!.

Anche l’attualità conferma questo trend. Gli Oscar 2019 non hanno fatto altro che confermare il desiderio del mondo del cinema americano di non sottomettersi ai dictat di un Presidente autocratico. Green Book vince tre premi (tra cui quello per il miglior film) raccontando la storia di un’amicizia ‘impossibile’ tra un autista bianco e razzista e un pianista nero e talentuoso. Certo, si sceglie la versione soft rispetto al più diretto Blakkklansman di Spike Lee (che avrà un riconoscimento solo per la sceneggiatura non originale) ma se si sommano questi premi con i tre Oscar andati all’eroe Marvel afroamericano Black Panther si può comprendere come inconfutabilmente si sia voluto inviare un preciso segnale all’uomo che siede alla Casa Bianca. Aggiungendoci poi i tre Oscar (tra cui miglior regia e miglior film straniero) a Roma del ‘messicano’ Alfonso Cuarón perché il messaggio sia ancor più chiaro. Provare pertanto ogni anno a guardare con attenzione a come gli Oscar vengono assegnati può costituire un’ottima occasione per comprendere gli orientamenti di una componente significativa della cultura americana. Senza poi dimenticare che

fino all’edizione del 1989 si annunciava l’assegnazione dicendo “The winner is…”. Da allora si passò a “And the Oscar goes to…”. Perché se c’era un winner c’erano anche dei losers (dei perdenti) e non sta bene. Anche questo è America.

 

Giancarlo Zappoli

Il ragazzo Selvaggio, anno XXXV n. 134

 

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