Italia protagonista del 21° Thessaloniki Documentary Festival

Tra gli aspetti più singolari e più interessanti del ventunesimo Thessaloniki Documentary Festival va senza dubbio segnalata la presenza di un consistente numero di film di alta qualità provenienti dall’Italia. Non succedeva da tempo, e sarebbe dunque ingiusto ridimensionare il fatto, liquidandolo magari come una semplice coincidenza.

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Anche perché i titoli inseriti nel programma di quello che ormai da anni è uno dei più apprezzati eventi cinematografici europei dedicati al documentario, fondato da Dimitri Eipides e diretto oggi da Orestis Andreadakis ed Elise Jalladeau, valgono come più che degno compendio della nostra produzione nazionale, come sintesi delle molte anime che la compongono. Esattamente come Stefano Liberti ed Enrico Parenti, che hanno vinto la sezione Habitat con Soyalism dopo mesi di proiezioni in giro per il mondo, anche Roberto Minervini e Stefano Savona sono arrivati a Salonicco con i loro Che fare quando il mondo è in fiamme? e La strada dei Samouni dopo aver raccolto consensi tra Venezia, Cannes e altri importanti festival internazionali, ed essere stati a lungo al centro del dibattito critico. Entrambi i film, infatti, lavorano sul genere con grande disinvoltura, forzandone i confini e approdando in territori cinematografici ancora tutti da mappare.

Minervini, in particolare, confermando la propria fascinazione per l’America profonda e il proprio talento nel raccontare l’umanità di umiliati e offesi che la popola, in Che fare quando il mondo è in fiamme? sfonda platealmente le già sottili e pericolanti barriere che separano il documentario dalla fiction. Il risultato, lunga ed estenuante immersione in un Sud (Louisiana e Mississippi) in bianco e nero di donne devastate dalla vita e rabbiose Pantere Nere, è un ibrido che spiazza, turba e attrae, specie per l’incapacità da parte dello spettatore di stabilire con certezza il grado di manipolazione registica, e dunque di veridicità delle immagini.

Ne La strada dei Samouni, di contro, la riflessione sembra essere soprattutto su come ricomporre la memoria collettiva e rappresentare l’irrappresentabile. Savona rievoca la strage del clan contadino palestinese dei Samouni a opera dell’esercito israeliano nell’ambito dell’operazione Piombo Fuso (dicembre 2008-gennaio 2009), alternando riprese documentaristiche molto convenzionali che fotografano il dolore dei sopravvissuti a splendide sequenze animate ideate da Simone Massi, cui vengono invece affidati la ricostruzione della tragedia e, di conseguenza, tutti i momenti a maggiore intensità emotiva.

Ancora diversi i due italiani in gara per il Golden Alexander per il miglior documentario, vinto quest’anno da Advocate di Rachel Leah Jones e Philippe Bellaiche -mentre a Midnight Traveler di Hassan Fazili è andato il premio speciale della giuria. Normal di Adele Tulli, già applaudito all’ultima Berlinale, è un’opera prima ambiziosa: un’ironica fotografia, a tratti impietosa e a tratti bonariamente indulgente, dell’Italia contemporanea, con il rapporto tra i sessi e l’incidenza delle norme sociali sulla vita quotidiana come filo conduttore. Un po’ mondo movie anni Sessanta, con tante mini-sequenze più o meno simboliche rubate durante le peregrinazioni lungo lo Stivale, e un po’ fredda radiografia socio-culturale di un paese in perenne ri tardo e - forse - senza vere speranze di rinnovamento, Normal rischia di risultare dimostrativo e persino forzato. Tuttavia, nell’arco dei settanta compatti minuti, non mancano i passaggi incisivi (i primi piani della bambina alla quale vengono “imposti” gli orecchini, l’esilarante servizio fotografico della coppietta di innamorati) e la Tulli va spesso a segno con la sua tecnica d’osservazione cannibale che a molti ricorderà Gianfranco Rosi.

Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, autori di Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul, portano invece lo spettatore nell’inferno di Mosul, la città irachena a lungo occupata dalle forze dello Stato Islamico, e oggi ridotta a un cumulo di macerie. Tra edifici sventrati, strade deserte e dolorosissime testimonianze dei superstiti di una guerra feroce e fratricida, il documentario ricostruisce con l’immediatezza di un reportage tanto efficace quanto lineare sia il clima di orrore delle varie fasi del conflitto sia la desolazione che ne è derivata. Senza morbosità e autocompiacimenti, i due registi si concentrano sulle anime perdute, molte delle quali bambini o adolescenti, figli di jihadisti che, dopo anni di lavaggio del cervello e dopo aver perso tutto, si trovano oggi respinti da ciò che resta della loro comunità, incapaci di cominciare una nuova vita e di guardare al futuro. Un film duro, Isis, Tomorrow, difficile da dimenticare. Uno sguardo rigoroso e onesto, di cui il documentario italiano ha certamente bisogno. 

Massimo Lechi

Il Ragazzo Selvaggio, anno XXXV  n.134

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Tags: documentario, festival di Salonicco, la strada dei Samouni, Che fare quando il mondo è in fiamme?

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