Venerdì cambio il mondo

Quando tento di orientarmi nel traffico di ipotesi, le più diverse, e di sentenze, perentorie, che riguardano i cambiamenti climatici, rivive in me la sensazione che provavo da bambino quando mi perdevo nel labirinto di pareti trasparenti e specchi deformanti dei luna park.

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Di fronte al dibattito politico a tratti scomposto dove sembrano saltare le ovvietà in favore di un revisionismo interessato di tesi scientifiche, supportate da migliaia di studi incrociati relativi alle trasformazioni in atto sul nostro pianeta, preferisco abbandonarmi al vento nuovo e fresco del movimento spontaneo che è stato battezzato #FridaysForFuture. Per una manciata di motivi guardo alle manifestazioni pacifiche dei giovani “ingaggiati” dalla voce sorprendente, perché inattesa, di Greta Thumberg con speranza e incanto: rinnovano un protagonismo che mancava da tempo e che ribalta i luoghi comuni sulla mancanza di impegno sociale/civile/politico dei giovani (cucendo la bocca a chi godeva nel sopprimere ogni virgulto idealizzando 68 e dintorni); mettono in campo qualcosa che agli adulti riesce difficile, ovvero la trasversalità culturale che abbatte le distanze geografiche e sfida i nazionalismi.

Questa generazione di viziati e ludopatici, di vittime delle passioni tristi e di nichilismo senza ideologia, di figli dell’abbondanza e delle seduzioni del consumismo, probabilmente sta identificando nel macro obiettivo comune - semplificando: il rispetto dell’Agenda 2030 - un motivo che giustifichi una nuova stagione di proteste studentesche e non solo, puntando palesemente il dito sulle generazioni dei padri e dei nonni che li hanno preceduti, senza peraltro ingaggiare una battaglia ma esprimendo idee da condividere per il bene comune. Appunto, il bene comune, un concetto a rischio di estinzione come il rinoceronte bianco e che improvvisamente una sedicenne svedese riporta con semplicità tanto tra i banchi di scuola della primaria che nelle aule studio delle università, senza pedanteria.

Se l’informazione di massa forse non ha ancora intuito quale occasione irripetibile per limitare l’avvelenamento del pianeta è offerta dalla tenacia dei giovani manifestanti - venerdì dopo venerdì, centinaia di migliaia in tutto il mondo, ma proprio ovunque, utilizzando i social in modo virtuoso - il cinema si fa alfiere delle istanze del movimento perché con questi temi ha confidenza da tempo. Una scomoda verità e The Cove - La baia dove muoiono i delfini (premiati con l’Oscar rispettivamente nel 2007 e nel 2010) sono esempi alti di un’attenzione viva e di un’esplorazione tematica complessa e sfaccettata che trova poi vetrine prestigiose nel circuito del Green Film Network, una rete di festival internazionali divenuti veri e propri osservatori scientifici e misuratori delle trasformazioni ambientali e antropologiche in atto. Tra questi il Festival CinemAmbiente di Torino, che ha dedicato l’edizione numero 22 (ne parleremo diffusamente sul prossimo numero) alla Green Generation e ha potenziato la sezione Junior del festival, un peso specifico che si avvicina a quello delle sezioni competitive e satellitari che hanno visto il meglio della cinematografia mondiale sui temi legati all’emergenza clima. La straordinaria partecipazione di studenti di ogni ordine e grado agli eventi torinesi e i 200 filmati arrivati dalle scuole italiane ribadiscono un impegno che non è solo una folata di vento modaiolo, ma la consapevolezza che fare massa critica potrà incidere nelle politiche future trecentosessantacinque venerdì all’anno.

Alessandro Leone

Il ragazzo Selvaggio, anno XXXV n. 135

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Tags: natura, Fridays For Futures, ambiente, Agenda 2030, Festival CinemAmbiente di Torino

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