"C'è tempo". La recensione.

L'esordio nel lungometraggio di finzione di Walter Veltroni veste i panni del road movie: un'opera che scorre sotto le ruote di un Maggiolino cabriolet con passeggeri molti diversi tra loro. "C'è tempo" è un abile gioco di specchi, una storia di fratelli che si scoprono tali dopo un evento drammatico, fratelli che riflettono uno nell'altro le proprie solitudini e che si scoprono, anche se apparentemente agli antipodi, accomunati da un sentire condiviso di esperienze e di emozioni.

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Stefano lavora a Viganella, ha passato i quaranta e sbarca il lunario con occupazioni insolite, osserva gli arcobaleni e manutiene la grande superficie rifrangente che consente al piccolo paese del Verbano di avere luce durante l'inverno: Viganella infatti è sovrastata dall'arco alpino e tra novembre e febbraio il sole non illumina mai i tetti delle case. Un gioco di specchi appunto; ad illuminare d'improvviso l'esistenza precaria di Stefano, la scoperta di avere un fratello molto più giovane, Giovanni, tredicenne precoce che si rifugia nella visione dei classici del cinema, unica via di fuga di una vita vissuta in modo algido e asettico. Anche per lui il sole non c'è e la montagna che sovrasta le sue giornate è l'assenza delle figure genitoriali. Un incidente, la morte dei genitori, avvicina le due monadi, che intraprenderanno un viaggio fisico (da Roma, dove vive Giovanni verso il nord, dove ha casa Stefano) ma anche e soprattutto metaforico e affettivo, di graduale scoperta dell'altro. "C'è tempo" è anzitutto una dichiarazione d'intenti. Nel lungo viaggio, affrontato rigorosamente lontano dalle autostrade e dal traffico, Stefano e Giovanni hanno modo di conoscersi, non senza difficoltà; l'itinerario si rivela pieno di sorprese e di incontri inaspettati.

"C'è tempo" racconta le vicende di due orfani, Giovanni ha appena perso i genitori, Stefano scopre che il padre naturale è morto lasciando in eredità un giovane fratello, ma per lui, un padre, non è mai esistito; un po' come l'Antoine Doinel che torna più volte in video, orfano di una madre che è sì in vita, ma che rappresenta l'essenza stessa dell'assenza. Un Antoine Doinel di truffautiana memoria che non è soltanto omaggio al regista che più di ogni altro ha trattato l'infanzia con lo strumento cinema, ma assurge a voglia di evasione, di fuga, di ribellione. Un Antoine Doinel che è presente fisicamente sul set, Jean-Pierre Léaud recita un cameo nelle scene parigine e dispensa consigli sul mettersi realmente in gioco, ma le citazioni presenti nel lungometraggio sono molteplici, così come gli omaggi. "C'è tempo" suggerisce già dal titolo che campeggia sul poster uno stato d'animo, una presa di posizione che fa trasparire la necessità di non avere fretta, di concedersi il tempo per disvelare l'alterità, nel reciproco rispetto della diversità; e l'arcobaleno, coprotagonista dell'opera, unifica personaggi e spettatori, nella comunità di uno sguardo, di un incanto, di una sincera condivisione.

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