Le meraviglie del mare - la confessione d'amore del regista esploratore J. Cousteau

Jean-Michel Cousteau con i figli Fabien e Céline e i tecnici incaricati delle riprese subacquee viaggiano dalle isole Fiji alla baia della California, poi più a Sud, in Messico, terminando il loro percorso alle Bahamas per mostrare, in un autentico itinerario didattico e formativo, una sconosciuta geografia degli Oceani e dei suoi abitanti. L’obiettivo è sensibilizzare gli spettatori sulla precarietà degli equilibri sottomarini, minacciati dall’inquinamento e dalla pesca indiscriminata. Presta la sua voce e il suo volto, per l’occasione, l’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, impegnato da tempo nella promozione di temi ambientali di rilievo.

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Attratti e stupiti dagli abitanti dei fondali e dalla straordinaria microfauna, autentico prodigio della natura, il documentario è anche l’occasione per assistere al passaggio di consegne attraverso tre generazioni di esploratori unite dalla medesima passione per il mare e le sue meraviglie. Il film si conclude con un appello alle coscienze, individuali e collettive, perché si responsabilizzino in favore della salvaguardia delle acque; “l’Oceano sa perdonare” è la confortante speranza di un mondo, quello acquatico, da cui proveniamo e dipendiamo, ma capace di rigenerazione se correttamente tutelato. Partecipano alla produzione la Marina Militare e la fondazione di Leonardo Di Caprio.

Le meraviglie del mare, tuttavia, non è solo un affascinante strumento di conoscenza, bensì la trasmissione di una passione che investe tre generazioni di esploratori. Vediamo infatti, nelle primissime sequenze, le fotografie in bianco e nero e i primi girati di Jacques Cousteau, il padre del regista e celeberrimo esploratore, la cui figura ispirò Wes Anderson per Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Jean-Michel aveva sette anni quando il papà lo mise in mare per la prima volta con in spalla l’attrezzatura subacquea dell’epoca e da allora studia il regno marino navigando per gli oceani del mondo a bordo di navi dai nomi mitologici come Calypso e Alcyone. Nel 1993 fondò la Ocean Future Society per continuare il lavoro pionieristico del padre.
Oggi anche i due figli seguono la scia del nonno e del padre e la loro unione in questo lavoro artistico trasmette la sensazione di continuità e di pazienza necessarie a ottenere quello sguardo consapevole e incantato, capace di elevarsi oltre gli stretti confini del documentarismo sterile, per arrivare a unire arte e scienza. Il linguaggio utilizzato preclude la comprensione ai bambini, anche se alcune brevi sequenze riempirebbero gli occhi degli appassionati sia di favolosi mondi marini, sia delle suggestioni cromatiche in senso puro. Lo apprezzeranno i ragazzi più grandi e questo può essere lo spunto per la produzione di lavori personali di immersione - in senso metaforico! - nella dimensione del colore svincolato dalla forma oppure nella più lineare ricerca di scienze. Per gli adulti si tratta di un’occasione in più di consapevolezza per fare propria la necessità di un radicamento alla Terra, sfida importante e necessaria del nostro millennio. Il film si apre con una presentazione del divo Arnold Schwarzenegger che si rivolge direttamente al pubblico, “mettendoci la faccia” in prima persona, su modello degli appelli accorati che tanto piacciono agli Americani; un po’, per capirci, come aveva fatto a suo tempo Al Gore con Una scomoda verità nel 2006. L’oggetto dell’appello è il mare, al centro ormai di tantissime campagne di salvaguardia e addirittura di referendum e voti politici. La differenza, in questo caso, consiste nella scelta del registro narrativo utilizzato, che non si risolve con il mostrare il disastro ad opera dell’uomo: solo alla fine, accanto ai titoli di coda, vedremo alcune inquadrature dei versamenti petroliferi, delle tonnellate di rifiuti e del problema gravissimo della plastica abbandonata al largo delle coste. Il cuore del documentario è invece un autentico viaggio subacqueo alla scoperta dei più affascinanti e spettacolari paesaggi, intatti nella loro primigenia bellezza. La barriera corallina, la foresta di Kelp californiana e gli intrecci di mangrovie nelle acque dolci del Golfo del Messico, fino ai relitti abbandonati tra i quali nuotano banchi di squali martello, regalano visioni suggestive agli spettatori di ogni età. Si tratta di quadri astratti, ricchi di colore e di volute, dove non sempre riconosciamo sagome classiche di pesci e conchiglie. Spesso prevale il semplice piacere della cromatica, intensa nei suoi gialli e blu, oppure l’incanto del plancton notturno che, ripreso con apposite lenti, lascia tracce a spirale come di gesso bianco su una lavagna nera. L’action-painting di Jackson Pollock non avrebbe saputo rendere meglio questi eleganti movimenti di organismi elementari che si fanno trasportare dalle correnti sotterranee.

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Cecilia M. Voi
Il ragazzo selvaggio, anno XXXIV, n. 129
Rivista del Centro Studi Cinematografici

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