Il caso Spotlight: il giornalismo d’inchiesta che ha fatto la storia

Non è facile essere un giornalista. Sempre alla ricerca della notizia perfetta e selezionatore attento di parole e immagini mentali, il reporter è un costruttore di universi letterari ristretti in poche colonne con cui raccontare eventi capaci di attirare l’attenzione e scuotere il pensiero comune.

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È un lavoro difficile quello del giornalista, soprattutto nell’epoca della tecnologia dove la soglia dell’attenzione si abbassa sempre di più e una notizia deve essere data nell’arco dei quindici secondi dettati da Instagram.
Eppure, complice il dominio ancora lontano di Facebook e dei social media, è proprio grazie all’attività di cinque giornalisti del Boston Globe se nel 2002 si iniziò a far luce in America su uno dei casi più scioccanti degli ultimi decenni: l’abuso sessuale sui minori da parte di membri della Chiesa. Un’indagine curata in ogni minimo dettaglio, scandagliata passo dopo passo e riportata alla luce da Tom McCarthy con il suo film vincitore dell’Oscar nel 2016 Spolight.
Il team Spotlight – creato sul modello dell’Insight Team del Sunday Times di Londra – raccontò numerosi casi di frodi e abusi: casi di corruzione in città e nello stato, assenteismo dei dipendenti pubblici, un’alta incidenza di casi di leucemia e altre forme di tumore tra i dipendenti del cantiere navale di Portsmouth, in New Hampshire. Quello degli scandali sessuali che investì l’Arcidiocesi di Boston fu ovviamente, per impatto mediatico, il loro fiore all’occhiello. Un lavoro duro, stressante, che richiese sacrifici e rinunce da parte del team capitanato da Walter “Robbie” Robinson. Non poteva esserci nome più azzeccato e quasi epifanico per questo tenace team: Spotlight – in italiano “riflettore” - denota infatti non tanto la volontà di illuminare i sogni o le illusioni del popolo americano, quanto quella di far luce su casi oscuri, adombrati di auree nefaste.
Nello sviluppo del proprio racconto la regia di McCarthy evita virtuosismi autoriali per mettere la macchina da presa al servizio dell’aspetto contenutistico. Ne consegue un’opera che si fa simulacro della realtà, un incrocio tra fittizio e reale. Nelle vesti di sceneggiatore McCarthy ha frugato tra le congerie americane fatte di vizi e virtù, santi e peccatori, scavando tra le macerie dell’egoismo e dell’omertà alla ricerca di qualcosa che si pensi stia mutando per poi rimanere com’è.
La fotografia dalle tonalità prettamente biancastre e rinfrangente la luce dei neon che illuminano la redazione del Globe, ricorda quelle che hanno illuminato altri film d’inchiesta come Tutti gli uomini del presidente o Zodiac; allo stesso tempo l’operato di Masanobu Takayanagi tenta di distaccarsi da quello dei suoi predecessori accendendo ancor più la scena e acuire così l’obiettivo principale posto dietro il nome della redazione dello Spotlight. Che i giornalisti si muovano come una comunità unita, una micro-società capace di dividersi il proprio lavoro, è sottolineato dai piani di ripresa sempre molto ampi e per questo strutturati per accogliere al suo interno quanti più protagonisti possibili. Perché nel mondo di Spotlight non c’è posto per un solo eroe ma di diversi condottieri. Le mani scrivono all’unisono, alzano le cornette con gesti sincronizzati, mentre le inchieste vengono concepite come puzzle da costruire tutti insieme, tessera dopo tessera: ecco cos’è Spotlight per McCarthy. Sarà solo quando i testimoni si faranno avanti e gli oppositori tenteranno di farsi largo che l’inquadratura inizierà a restringersi, isolando ogni volto ed emozione sullo schermo. Sebbene solo apparentemente verboso, le parole lanciate a gran velocità dai suoi protagonisti restituiscono una verosimiglianza alla scena tale da sembrare essere registrata in presa in diretta e non intermediata dalla finzione cinematografica. Una magica illusione resa possibile anche da interpretazioni profonde, accurate – ma non per questo caricaturali o emulatrici – a cura di un cast eccezionale e perfettamente in simbiosi. Da Michael Keaton a Mark Ruffalo, passando per Rachel McAdams e Stanely Tucci non vi è una performance che sovrasti le altre, ma tutti concorrono a un affresco corale e immersivo. Lo spettatore dimentica così la sua posizione di osservatore passivo per essere trasportato nella veste di testimone silente all’interno di una redazione a cui è stato richiesto uno dei maggiori sforzi possibili: sfidare la Chiesa a suon di parole. L’impresa di Spotlight è stata quella di spostare il velo di Maya che ricopriva ogni bugia e segreto circa abusi mai condannati e colpe mai rivelate. Gli articoli vengono lanciati come bombe per distruggere la cortina di protezione che attorniava atti indescrivibili. Le parole sono colpi di mitragliatrice atti a smuovere il pensiero comune e confessare verità indicibili. Non è una guerra ad armi pari quella intrapresa da questa redazione; quando sfidi un colosso come la Chiesa basta un passo falso per tornare a ripararsi in trincea. “La Chiesa ragiona in termini di secoli signor Rezendes” si afferma a metà film, “pensa che il suo giornale abbia la forza necessaria per resistere?”. E il Boston Globe, modesta realtà editoriale, quella forza l’ha trovata. Nella sua lotta contro verità infangate e omertà acquistata, il Globe si tramuta in un Davide che sconfigge Golia, solo che al posto del sasso tra le mani di Sacha Pfeiffer, Michael Rezede, Walter Robinson e Matty Carroll ci sono indagini e desideri di verità. Che il proprio avversario sia un gigante difficile da sconfiggere ci pensa la sua presenza costante e imponente a ricordarglielo, comparendo sullo sfondo in ogni tappa della loro mappa del tesoro sotto forma di verità insabbiate sotto strati di omertà e ipocrisia.
Il film si conclude con quello che Walter Robinson definì “la fine dell’inizio”. Il team Spotlight con la pubblicazione di quel suo primo importante articolo sulla vicenda, aprì un vaso di Pandora colmo di spettri tenuti per anni a tacere. Centinaia di chiamate si susseguirono e altrettante testimonianze raggiunsero la redazione del Globe. Perché se è vero che i fedeli hanno bisogno della Chiesa per continuare a credere in qualcosa, è altrettanto vero che questa fiducia non deve essere spezzata da scheletri nell’armadio o azioni indicibili.

 

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Tags: recensione, film scuole, Il caso Spotlight, scandalo, religione, giornalismo, libertà di stampa

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