Cafarnao, la denuncia dei bambini "invisibili"

Cafarnao significa, caos, confusione. Il termine ricorda la città della Galilea che ha ospitato momenti importanti della vita e della predicazione di Gesù. Capharnaüm di Nadine Labaki (film uscito in Italia col titolo Cafarnao, caos e miracoli) è Beirut, tra i quartieri disagiati della quale vivono Zain, i suoi numerosi fratelli e i suoi genitori, tesi e depressi.

Organizza ora una proiezione

Incontriamo Zain la prima volta quando viene arrestato per aver tentato di uccidere l’uomo che aveva sposato sua sorella di undici anni, poi morta per una gravidanza precoce. Un medico stima che il ragazzo possa avere dodici anni. Perché Zain è privo di documenti: i genitori, per indigenza, non si sono curati di denunciarne la nascita. Lo ritroviamo poi in tribunale dove dice di voler far causa ai genitori per averlo messo al mondo senza potergli assicurare cibo e istruzione.

Da lì prendono corpo diversi flashback che descrivono la via crucis del ragazzino, con sequenze in cui lo vediamo andarsene da casa dopo che i genitori hanno acconsentito al matrimonio della sorella, accudire e proteggere il piccolo Yonas (figlio di un’etiope clandestina incontrata nella fuga), arrivare allo stremo pur di non cedere alle richieste dell’ambiguo Aspro che vuole convincerlo a dargli il bambino (per venderlo), fino al progetto di emigrare in Europa, quando scopre che non può farlo perché privo di carta di identità.

Cafarnao, caos e miracoli è il terzo lungometraggio della regista e attrice libanese Nadine Labaki dopo Caramel ed E ora dove andiamo? in concorso a Cannes nel 2018, ha vinto il Premio della Giuria e il Premio ecumenico. È stato candidato anche al Golden Globe 2019 come miglior film straniero. Nonostante gli accennati riconoscimenti, la critica ne ha sottolineato più i limiti che i pregi. Forse perché nel film la regista affronta un tema fortemente drammatico, mentre in precedenza, pur trattando argomenti politico-religiosi, aveva privilegiato il registro della commedia. Forse perché si è lasciata prendere la mano dalla volontà di inserire nella vicenda quasi tutti i problemi emergenti nel panorama socio-politico di oggi: la povertà, lo spaccio di droga, l’infanzia negata, le spose bambine, l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento dei minori, i ricatti legati al traffico di neonati e migranti.

Nel 2016 il Libano aveva accolto un milione di profughi siriani. Parlando del film la regista ha detto “A conti fatti quei bambini pagano un prezzo altissimo per i nostri conflitti, le nostre guerre, i nostri sistemi…. Ho sentito il bisogno di parlare di questo problema e ho pensato: se questi bambini potessero parlare, cosa direbbero? Cosa direbbero a noi, a questa società che li ignora?”.

Le riprese del film sono durate sei mesi per 600 ore di riprese e il primo montaggio aveva una lunghezza di dodici ore. Quanto al titolo Labaki ha detto. “Il titolo mi è venuto in mente ancor prima di cominciare a scrivere, quando ho iniziato a buttar giù i temi che mi ossessionano al momento: i diritti dei bambini e l’ingiustizia nei loro confronti, l’assurdità delle frontiere, del dover avere dei documenti per dimostrare la propria esistenza ecc. Ho buttato tutto giù e a un certo punto ho detto: questo è un gran Capharnaüm, è l’inferno, viviamo all’inferno”. Con riferimento alle sofferenze e alle violenze che vediamo sullo schermo in questo suo terzo film la regista conferma il proprio interesse e la propria partecipazione nei confronti di chi si trova in situazioni di disagio esistenziale e sociale. Si immerge nei temi che affronta con sensibilità e tenacia suscitando attenzione e partecipazione, inducendo riflessioni profonde.

In primo piano il personaggio di Zair - in realtà un profugo siriano rifugiato in Libano alla sua prima prova di recitazione - smarrito, deciso, tenero e coraggioso, capace di affrontare situazioni molto complesse. Ha un rapporto particolarmente affettuoso con la sorella quasi coetanea: la aiuta, la protegge e tenta di salvarla fino all’ultimo. La sua morte sarà la goccia che farà scattare in lui la ribellione fino a indurlo a tentare di uccidere.

Attenta, studiata ed efficace la componente espressiva del film, che a qualcuno può sembrare disarmonica rispetto ai temi trattati. La regista ha avuto occasione di parlare di questo film come di una “sconvolgente avventura”, un’avventura che ha richiesto tre anni di ricerche, “in cui tutto quello che vediamo è il risultato delle mie visite nei quartieri svantaggiati, nei centri di detenzione, nelle carceri minorili…”

Attraverso la storia di Zain, Cafarnao, caos e miracoli vuole porre l’attenzione sui diritti dei bambini: un intento non molto dissimile da quello della stessa ONU che, nel 1954, raccomandò a tutti i Paesi di istituire in occasione del 20 novembre, il giorno in cui l’Assemblea adottò la Dichiarazione dei diritti del fanciullo, la Giornata Universale del Bambino, da osservare come giorno di fratellanza e comprensione tra i bambini in tutto il mondo.

Concludiamo con quanto Labaki ha detto a proposito della presa di posizione di Zain contro i genitori in tribunale “…rappresenta un gesto simbolico a nome di tutti i bambini che, non avendo scelto di nascere, dovrebbero poter rivendicare dai loro genitori un minimo di diritti, quanto meno quello di essere amati”.

 

Mariolina Gamba
Il ragazzo Selvaggio, anno XXXV n. 135

Organizza ora una proiezione

Tags: recensione, educazione, bambini, diritti dei bambini, infanzia, Giornata universale del Bambino, denuncia, discriminazioni, diritti umani

Il blog di Keaton è una estensione della piattaforma Keaton.
© Copyright 2020 Keaton Srl. All right reserved.
T. 02 49543500   |   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Privacy e cookies policy   |   P.IVA 10693090960