La famosa invasione degli orsi in Sicilia

Immerso in un’atmosfera fuori dal tempo e dallo spazio, ispirato alla dimensione onirica e metafisica di Giorgio De Chirico, il film di animazione, esordio di Lorenzo Mattotti, affermato fumettista e illustratore di libri per l’infanzia, rilegge in modo originale e poetico il famoso testo di Dino Buzzati. In esso si possono rintracciare i temi eterni delle fiabe: la lotta fra bene e male, la ricerca della propria identità, il rapporto fra natura e cultura, il conflitto fra umanità e ferinità, la brama di potere. La fiaba, tuttavia, lungi dall’essere moraleggiante e didascalica, si manifesta come una ironica problematizzazione della condizione umana, affidata alla salvifica e inestinguibile dimensione del racconto mitico. 

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Fatta salva la cornice narrativa all’interno della quale si colloca il film, la sceneggiatura rispetta con poche varianti il breve romanzo “per ragazzi” di Dino Buzzati. Il testo era stato pubblicato a puntate domenicali sul Corriere dei piccoli, raccolte poi in volume - di grande successo - nel 1945. A prima vista il romanzo appare come una divertita illustrazione degli eterni temi del rapporto ambiguo dell’uomo con l’ambiente in cui vive, alla ricerca della propria identità, nel conflitto fra natura e cultura, vinto dalla brama di potere e ricchezza. Ma sul piano narrativo e stilistico il testo di Buzzati appare come una giocosa e ironica decostruzione dei caratteri fondativi e degli stereotipi della fiaba classica, studiata secondo le teorie formaliste di Propp e secondo una prospettiva psicanalitica da Bruno Bettelheim. La figura dell’eroe viene negata. Nessun deuteragonista appare, se non sotto la forma di risibili tiranni, fantasmi e mostri marini. Il percorso di conoscenza dei protagonisti non porta a nulla: gli orsi tornano alle loro montagne, sconfitti nel loro sogno di ricchezza e felicità. Tutti i personaggi vengono privati delle mitiche caratteristiche eroicizzanti. Di Re Leonzio si dice infatti: “È grande, forte, coraggioso, buono e per di più intelligente, anche se non proprio tantissimo”. Il giudizio morale sui personaggi rimane incerto. La schedina di presentazione del mago De Ambrosiis è esplicita al riguardo, concludendo con un interrogativo al lettore: “Buono? Cattivo? Lo giudicherete voi”. Di altre figure tipiche delle fiabe popolari Buzzati si prende beffa, negandone l’esistenza. Del Lupo Mannaro la scheda recita: “(…) Può darsi che nella storia non compaia, anzi non dovrebbe comparire mai, se siamo bene informati. Ma non si sa mai. Potrebbe capitar dentro da un momento all’altro. E allora che figura ci faremmo senza averlo annunciato?”. Similmente la figura del Vecchio della montagna viene così evocata: “Genio potentissimo delle rocce e dei ghiacciai; di temperamento facile all’ira. Nessuno di noi l’ha mai visto e nessuno sa con esattezza dove sia, eppure possiamo star sicuri che esiste. Perciò è sempre meglio tenerselo buono”.

Buzzati sembra poi essere pienamente consapevole della funzione psicanalitica delle fiabe, magistralmente studiata trent’anni dopo da Bruno Bettelheim nel suo fondamentale Il mondo incantato (1975). Ma questa consapevolezza si manifesta in modo ancora una volta ilare e tangenziale: “Ci sono delle mamme che dicono: non riesco a capire che gusto ci sia a raccontare ai bambini le storie degli spiriti; dopo loro si spaventano (…) Ma bisogna pensare a tre cose: prima di tutto che gli spiriti, ammesso anche che ci siano, non hanno mai fatto male ai bambini; sono gli uomini che vogliono prendere paura (…) Probabilmente, siccome non li vedono quasi mai, hanno paura degli uomini, e se noi dimostrassimo un po’ più di confidenza, diventerebbero gentili o si metterebbero volentieri a giocare, per esempio a rimpiattino”. L’ironia dichiarata tende a mettere in dubbio soprattutto le intenzioni educative moraleggianti, tipiche delle favole di La Fontaine. La vocazione ecologista e pauperista di Buzzati si manifesta tuttavia in modo esplicito nel discorso sul letto di morte di Re Leonzio ai suoi orsi: “Tornate alle montagne (…) Lasciate questa città dove avete trovato la ricchezza, ma non la pace dell’animo. Toglietevi di dosso quei ridicoli vestiti. Buttate via l’oro. Gettate i cannoni, i fucili e tutte le altre diavolerie che gli uomini vi hanno insegnato. Tornate quelli che eravate prima”. Il romanzo era illustrato dallo stesso scrittore con deliziosi disegni di pura invenzione immaginifica. Uomini e orsi vi erano stilizzati in forme sintetiche, evocative di un mondo di marionette e soldatini di piombo. Ogni tavola era corredata da una spiegazione, che introduceva in effetti ulteriori interrogativi sul senso dell’azione rappresentata.

Al testo in prosa si alternavano brani poetici, sotto forma di irridenti filastrocche dalle improbabili rime baciate. Se ne veda un divertente esempio nel primo capitolo di “ambientazione”: Nelle buie caverne di queste montagne / vivevano gli orsi mangiando castagne, / funghi, licheni, bacche di ginepro, tartufi /e se ne cibavano finché erano stufi. L’irrisione al codice stilistico della rima baciata giunge al suo massimo quando Buzzati nel tratteggiare i caratteri ambigui del “mago” De Ambrosiis dichiara che “non c’è rima che finisca in osiis”. Il carattere ludico, ilare e umoristico del testo di Buzzati cede il passo a un’ispirazione più poetica e malinconica nella sua trasposizione filmica. Mattotti e i suoi collaboratori sembrano aver presente l’affermazione di Bettelheim secondo cui le fiabe non debbono essere illustrate con immagini e figure realistiche, pena la riduzione e il condizionamento dell’immaginazione del bambino. “Il bambino che ha familiarità con le fiabe comprende che esse gli parlano nel linguaggio dei simboli e non in quello della realtà di tutti i giorni (…) Quest’indeterminatezza voluta all’inizio delle fiabe simboleggia che stiamo per lasciare il mondo concreto della realtà di tutti i giorni”. Il film risponde a questa necessità di indeterminatezza con una complessa strategia di astrazione simbolica delle immagini. Si vedano le teste degli orsi, quasi squadrate e intagliate nel legno, a imitazione del burattino collodiano; la coppia dei menestrelli vestita secondo la tradizione popolaresca siciliana; le lunghe file di orsi e di soldati (“di piombo”, si direbbe) risolte in modo sintetico e geometrico; la figura filiforme, a imitazione di un insetto, del mago DeAmbrosiis in contrapposizione alla corpulenza degli orsi; la codificazione, da dipinto celebrativo di genere settecentesco, del tronfio Granduca. Insomma ogni figura umana o animale è sottoposta alle esigenze di un’estetica antinaturalistica desunta da diverse tradizioni culturali. Ma il principio di indeterminatezza trova una felice realizzazione soprattutto nella pittura del paesaggio. Mattotti si dedica alla creazione di ampi spazi attorno all’azione: la Sicilia immaginaria è fatta di una moltitudine di vette innevate, tutte eguali, e di foreste composte da file ordinate di conifere; fiumi e distese marine assistono impassibili alle evoluzioni del Mostro dei Mari, la capitale de Regno è un presepio di casette dominate da un castello turrito.

Il paesaggio è immerso in una luce immota secondo la poetica metafisica della pittura di De Chirico, con tocchi onirici di surrealismo. Ne risulta un’atmosfera misteriosa che rende irreale tutta la vicenda. La ricerca di indeterminatezza e di spazialità fantastica è confermata dalla consapevolezza progettuale con cui Mattotti teorizza il suo impiego del colore. Il regista racconta in un’intervista a Film TV (n°45) di aver invitato i suoi collaboratori a “non avere paura del colore”: “Osiamo: il colore è energia per gli occhi, per lo spettatore. Detesto i film timorosi, tutti marroncini, verdini, blu, violacei, per paura di creare immagini ricche. Se metti un rosso sullo sfondo, il verde davanti, fai muovere lo sguardo nello spazio, dai la sensazione che sia un universo ricco”. La variazione più significativa che il film propone rispetto al testo letterario è costituita dalla cornice narrativa in cui i due cantastorie raccontano a un vecchio orso in procinto di cadere in letargo, all’interno di una caverna (platonica?), la leggenda dell’invasione degli orsi. Favola che l’orso conosce già e di cui mantiene il seguito misterioso e segreto. L’implicita dichiarazione di necessità esistenziale nel raccontare storie per elaborare l’angoscia implicita nella condizione umana viene giustificata da Bettelheim nel suo Il mondo incantato. Egli fonda questa teoria nell’analisi della “storia cardinale” che collega le storie della raccolta araba delle “Mille e una notte”. Il re Shahriyar, tradito dalla moglie, nutre un profondo rancore nei confronti delle donne. Per vendicarsi va a letto ogni notte con un vergine diversa che uccide il mattino dopo. La figlia del visir del re, Sharazad, ultima vittima predestinata, per eludere la sua tragica sorte, si fa mezzo di liberazione del re. Ella gli racconta, ogni notte, per mille notti,una storia così avvincente che il re rinuncia a ucciderla, al mattino, per ascoltare, la notte seguente, la continuazione della storia. In chiave simbolica la narrazione di storie contribuisce così a elaborare e vincere l’angoscia della morte. Con felice intuizione Mattotti propone il tema della funzione identificatoria delle fiabe, facendo “entrare” nella storia Almerina che, da bambina destinataria della storia raccontata dal padre cantastorie, diventa compagna di Tonio nella sua rappresentazione fantastica. Tornata alla sua dimensione prepuberale, ella custodisce il segreto del seguito della storia, confidatole dal vecchio orso. Il film è costruito, “en abîme”, con una serie di rimandi e incastri. Straordinario, ad esempio, il montaggio vertiginoso e speculare che mette in raccordo lo spettacolo teatrale (con citazione ironica del Balletto Excelsior) e l’attacco finale degli orsi, che uccidono il Granduca. Facile l’equazione fra guerra e teatro… Il film affida la sua prospettiva umanizzante, più che al messaggio moraleggiante, pronunciato da Re Leonzio sul letto di morte, con l’invito agli orsi a tornare alle loro montagne, a un’estetica dell’armonia e di un rapporto pacificato delle forme fra la natura e l’uomo.

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