Alla mia piccola Sama

Dedicato alla figlia nata sotto le bombe di Assad, con Alla mia piccola Sama la regista racconta i massacri del regime senza filtri, attenuando l’orrore della presa diretta con una dimensione più intima. Il risultato lascia sgomenti.

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Cumuli di macerie

2020, l’anno del Covid-19, nella Siria di Assad il massacro di un intero popolo è quasi derubricato dall’informazione, che si è fermata ai profughi di Lesbo. E quando Alla mia piccola Sama (For Sama) arriva finalmente nelle sale, dopo aver vinto premi nei maggiori festival del mondo e aver sfiorato l’Oscar come Miglior documentario, l’emergenza sanitaria costringe alla chiusura tutti i luoghi di aggregazione tra cui i cinema, prima in Italia e poi all’estero.

E peccato che per adesso non si possa vedere su qualche piattaforma in streaming, perché il film di Waad Al-Khateab è bene vederlo. Un instant movie che, in leggera differita, ci porta a scavare tra le macerie di ciò che resta di Aleppo, ma pure a ripercorrere la storia degli ultimi anni, quelli delle proteste studentesche fino alla repressione sanguinosa. Non è un film facile Alla mia piccola Sama, non guida lo spettatore con delicatezza nell’orrore, ma lo lascia sprofondare improvvisamente già all’inizio. La regista documenta senza domandarsi fino a che punto può mostrare. Quattrocento ore di girato - racconterà successivamente - riordinato poi in Inghilterra, dove il documentario ha preso corpo grazie anche al supporto di Edward Watts, che con la giovane siriana firma la regia. Perché un film del genere ha un’intenzione iniziale che parte dalle viscere, che risponde all’urgenza di filmare tutto, di non perdere un istante, di incamerare ogni sfumatura della realtà; per poi fare i conti con la materia incandescente quando almeno la mente è raffreddata dalla tregua: riprese sul campo e montaggio in studio dunque. È così che sembra aver preso corpo questo film-testimonianza che sceglie di rivolgersi schiettamente al pubblico, con l’intenzione di portare in Europa e nelle Americhe, rinunciando a qualsiasi sottotesto interpretativo, la verità di un paese falcidiato e abitato da persone stremate ma forse non ancora vinte.

La Siria che non fa quasi più notizia è la notizia forse più sconvolgente per chi ha creduto nella lotta eroica nella speranza di aiuti internazionali. Per questo non si fatica a comprendere la giornalista Waad Al- Khateab, quando sceglie di non staccare mai dal sangue, che a un certo punto inonda le inquadrature del film, sgorgando copioso dalle ferite mortali sui corpi, anche piccoli corpi bambini, fino quasi a uscire dallo schermo.

Urla dalle macerie

Una madre disperata nelle corsie di un ospedale bombardato chiede di non spegnere la macchina da presa, di continuare a girare, perché l’orrore possa farsi racconto, il racconto farsi denuncia, la denuncia smuovere le coscienze. Di chi? Di noi, che siamo aldiquà, nel mondo dove “tutto andrà bene”. Waad Al-Khateab prende la videocamera e gira non perché sia una documentarista, ma perché ha dato alla luce una bambina, Sama, per cui è soffocata dal senso di colpa per averla concepita sotto le bombe, ma ancorata pure al desiderio di vivere in pace nel suo paese, magari con un Presidente democratico e rispettoso del Diritto Internazionale.

Il film è una lettera aperta alla figlia nella speranza che possa sopravvivere; poi è anche un documento eccezionale, un diario di battaglie, di resistenze, di lotte impari, di immagini vere di mura che cadono, di polvere che acceca occhi e obiettivo, di scie rosse lasciate da corpi trascinati verso reparti di rianimazione dove i macchinari si confondono con i calcinacci. Ricombinando il tempo in digressioni, salti, ellissi, così da ammorbidire il genocidio (perché di questo si tratta) Waad e Watts innestano l’intimità del privato: l’innamoramento tra la giornalista e il medico Hamza, sempre in prima linea e tenace oppositore del dittatore; poi il matrimonio celebrato in uno spazio angusto quando sembrava che i ribelli potessero farcela; la nascita di Sama, quando Aleppo puzzava già di inferno. E la voce narrante di Waad accompagna alcuni passaggi del film, ponendosi domande e ponendole indirettamente allo spettatore, portando allo scoperto le fragilità dell’essere donna e madre in un contesto dove la speranza di vita è inversamente proporzionale al desiderio di libertà.

Ci vuole un bel coraggio a dare alla luce una bambina e a chiamarla Cielo, mentre Assad, spalleggiato da Mosca urla con una pioggia di bombe che proprio dal cielo cade sui quartieri sbriciolati della città e sugli ospedali, uccidendo decine di bambini. Una carneficina di bambini, che la videocamera riprende già morti o in fin di vita. “Non credevo che il mondo restasse a guardare” - confessa Waad. Eppure la storia contemporanea ci ha insegnato che il mondo guarda, spesso nemmeno guarda. Le diplomazie lavorano, le guerre (soprattutto le moderne guerre civili) raramente si fermano come conseguenza di interventi disinteressati. I ribelli di Aleppo soccombono sotto le macerie e ogni minuto di Alla mia piccola Sama diventa una preghiera lancinante che giustifica le immagini più crudeli, facendo crollare anche la teoria baziniana che confinava tra la pornografia l’esibizione degli orrori e del dolore. La verità è che difficilmente possiamo arrivare a comprendere la necessità di un cinema, che non è un fine ma uno strumento, che racconta a fatica, con mezzi di fortuna, con un linguaggio che non cerca sofisticatezze ma che ha la pulsionalità dell’urgenza in una catastrofe. E non possiamo non accostare questo film a I bambini del Califfato (altro film che nel 2017 aveva sfiorato l’Oscar) oppure pre a Still Recording (premiato a Venezia nel 2018), documentario che pure impressionava per la capacità di farsi istantanea, ma anche per l’esplicita dichiarazione del cinema come strumento di denuncia, anzi come parte di un armamentario di guerra.

Cinema da campo, con regole di ingaggio inedite, videocamera montata su un fucile o su un respiratore in sala operatoria. Mostra ciò che non vorremmo vedere Waad Al-Khateab: e quando coglie un neonato esangue, schiaffeggiato nell’estremo tentativo di restituirlo alla vita, vien voglia di farle un processo. Poi arriva il miracolo, un pianto, la resurrezione. Si capisce che l’episodio non è stato montato lì per caso: è un pezzo di racconto cinematografico che áncora a qualcosa che ci è più familiare, anche nell’orrore di questa verità, l’archetipo della speranza.

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recensione, denuncia, conflitti, guerra, siria, film-testimonianza

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