Padrenostro

Personaggi e archetipi si fondono nella ricostruzione di una lacerazione interiore provocata da un trauma della nostra recente storia politica; Noce posiziona lo spettatore nel ruolo duplice del figlio e del genitore, con efficacia e pochi cedimenti.

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Un tappeto sonoro addolcisce il passaggio dal sonno alla veglia di un bambino, il consueto risuonare della sveglia con la sigla della radio che annuncia il gazzettino del mattino. Una quotidianità acustica confortante, spazzata via da scariche violente di arma da fuoco. Il precipitarsi in pigiama sull’ampio terrazzo della casa, le urla della madre.

Poi lo shock, il vuoto nelle orecchie. Non visto dalla mamma, Valerio la segue sconvolto sulle scale, fino al cancello di casa dove ha una visione parziale, ma efferata di ciò che sta accadendo: un commando di terroristi spara a raffica sull’auto del padre e sulla scorta. Il padre è nascosto allo sguardo del figlio che, come in un incubo reso efficacemente con un rallenty silenziato, assiste alla morte di uno degli assalitori, ferito drammaticamente al petto. Mormora parole incomprensibili tra i sussulti dell’agonia, prima di esalare l’ultimo respiro. Gli occhi sono vigili, quanto le orecchie chiuse. Gli sguardi del bambino e dell’adulto si incrociano in un muto scambio, mentre lacrime silenziose scorrono sul viso di entrambi.

È la scena nodale di un film insolito nel panorama italiano contemporaneo e la sola ricostruita esattamente così come si svolse 44 anni fa. Padrenostro, infatti, trae solo ispirazione dall’attentato del 14 dicembre 1976 al vicequestore Alfonso Noce, padre del regista, da parte dei NAP, in cui persero la vita il poliziotto Prisco Palumbo e il terrorista Martino Zicchitella. Il film non vuole essere una ricostruzione documentaria per due motivi precisi: da una parte, il regista aveva solo due anni all’epoca dei fatti e sceglie di non rappresentare se stesso nel film, mentre condensa nel personaggio di Valerio ricordi ed esperienze del fratello maggiore; d’altra parte, ambisce a creare un excursus universalmente valido sulle dinamiche padri-figli e sugli archetipi che essi hanno rappresentato nella cultura italiana degli anni Settanta.

Il figlio

Padrenostro è la riproposizione della prospettiva di un bambino di dieci anni sul mondo, del quale non comprende ancora le dinamiche, ma che percepisce in tutta la sua violenza, che lo sovrasta e letteralmente gli toglie il fiato. La situazione psicologica di Valerio assomiglia a quella di altri due protagonisti travolti da una Storia più grande di loro: Sandro, il ragazzino che si trova faccia a faccia con il lato oscuro dell’immigrazione in Quando sei nato non puoi più nasconderti (M. T. Giordana 2005); Kurt, il bambino che assiste alle violenze naziste ai danni della zia in Opera senza autore (F. Henckel von Donnersmarck 2018). A differenza loro, tuttavia, Valerio non può ambire alla conoscenza diretta, come Sandro che se ne va di casa alla ricerca della verità, né sembra trovare sollievo nell’espressione artistica come Kurt. Quella di Valerio è una vicenda percettiva più che esplorativa, la dilatazione a dismisura del potere dei cinque sensi. La macchina da presa è sempre all’altezza del giovane protagonista, spesso inquadrato di fronte, precedendo e favorendo il suo incedere sia all’esterno, sia all’interno degli ambienti. Gli anni Settanta resi quasi tangibili grazie a una minuziosa ricerca negli ambiti della moda e del design che rendono conto della transizione da un modello di vita ancora tradizionale - una generazione di figli che recita ancora il padrenostro, come accenna il titolo con discrezione mentre ci mostra la scuola cattolica di Valerio - ad alcune novità che premono per farsi spazio. I colori sgargianti dei tessili e delle carte da parati, le prime libertà nella moda, la modernizzazione della tecnologia: i telefoni in ogni stanza, la tv con schermo grande e la maneggevole cinepresa Super8. Di questo vettore di trasformazione, l’amico Christian è il portavoce, è l’insistente richiamo a uscire da un nido protettivo che però non smette di creare angoscia e pensieri confusi. Davanti a Valerio si opera costantemente un non detto, un “dar tempo al tempo” che cristallizza ancor di più il suo trauma. La mamma lo intuisce “ha bisogno di uno psicologo”, ma le viene risposto che “ha solo bisogno della sua famiglia”. Sarà proprio nella terra dei nonni, nella Sila, dove Valerio è “u’ Tedescu” per via dei capelli biondi, che potrà esplodere tutta la sua carica emotiva. Non è il passaggio all’adolescenza, ma il riappropriarsi del diritto a essere un bambino, a vedere le cose non solo per come sono, ma per come potrebbero essere con gli occhi della mente e delle sue infinite possibilità.

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Il padre

A fianco la figura di un padre, defilato e protagonista allo stesso tempo, che Pierfrancesco Favino interpreta con solidità, raffinando il lavoro mimico e prossemico che gli è valso la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. Molti colleghi recensori hanno definito la figura di questo padre onnipresente e contemporaneamente assente. A parere di chi scrive rappresenta invece una sorpresa: un genitore che per la sua fisicità e solidità potrebbe condurre verso un personaggio moralista e accentratore, che invece si rivela sollecito, gentile e tutto sommato empatico verso i figli ogni volta che parla. Certo, non è il giovane padre giocoso e irriverente degli anni successivi, non è il padre tormentato del personaggio Nanni Moretti, è un uomo che conosce il proprio ruolo, che non ha dubbi di natura etica e non fa trasparire le preoccupazioni, cosa che chiede anche alla moglie nei confronti dei bambini. Sa di essere un modello e come modello si offre allo sguardo curioso e ammirato di Valerio, come nell’intensa scena dove si rade allo specchio, con Valerio alle sue spalle sollecito aiutante. Certamente, osserva lo stesso Favino in un’intervista, è ancora una generazione adultocentrica, che smette di pensare ai figli nel momento in cui fisicamente non sono presenti: quando dormono e quando sono a scuola e che a loro provvede senza intromissioni di altre figure, solo corollari di un’esistenza che si gioca ancora tutta in famiglia. Alfonso liquida l’annotazione del medico scolastico che segnala che Valerio soffre di un leggero soffio al cuore con un lapidario “non è niente, ne soffrivo anch’io da piccolo”. Allo stesso tempo, però, si dimostra all’altezza della gestione del panico del bambino quando va in crisi per una presunta claustrofobia in auto, insegnandogli implicitamente a fare lo stesso con lui nel finale, in una comunicazione improvvisamente a parti alternate.

La frattura

Il conflitto tra generazioni, se esiste, non risiede in una dedizione mancata, quanto piuttosto in un disconoscere il livello di consapevolezza emotiva, proprio e altrui. Il regista stesso conferma che i suoi genitori non sospettarono per molto tempo che suo fratello sapesse tutto. Un tutto parziale, come ci ricorda la seconda ricostruzione visiva dell’attentato, questa volta dal punto di vista del padre. Proprio questo rende interessante la dinamica che si instaura dopo, quando anche Favino ricorda “noi eravamo bambini che ascoltavano senza essere visti, che spiavano gli adulti da dietro le porte accostate, che sapevano tutto con il minimo delle spiegazioni”. L’immaginazione galoppa e cresce la tensione, così come il simbolismo: con omaggio esplicito Noce cita Il ritorno (Andrej Zvjagincev, 2003) che a sua volta mette in scena Il Cristo morto di Mantegna. Meno convincente la seconda parte del film - la vacanza dai nonni - che vuole essere un percorso di formazione nella e attraverso la natura, senza però essere linguisticamente così originale come la prima parte. Commuove tuttavia il finale sulla scogliera, forse leggermente prevedibile, ma efficace. La conclusione libera, onirica e reverente verso la lezione di François Truffaut potrà piacere o meno, ma lascia aperta la possibilità di una riconciliazione storica.

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